08 | 09 | 2010
Sinistra per Israele PDF Stampa E-mail

L’ Eda   è ispirata alla democrazia o non è, un sito Eda è campione della libertà di opinione o non è. Su temi cruciali un sito Eda non ascolta una sola parte in campo.

 

Opinioni a confronto pubblicate da Sinistra per Israele. Affermare come fa Bruno Segre –riferendosi alle navi pacifiste- che <<quella mattanza è una carta vincente per chi, dall'una e dall'altra parte, vuole mantenere lo status quo e tenere alta la tensione>> significa aver perso di vista la realtà di Israele. Non me ne vorrà il filosofo che stimo, ma un’affermazione del genere non tiene conto di quanto di informazioni e rettifiche –imbarazzate, alle volte- ci sono state successivamente all’episodio della Mavi Marmara. Non sto qui a riprenderle: chi segue questo blog ha sicuramente strumenti per andarsele a cercare, capirle e interpretarle. Tuttavia affermare che questa è un’azione voluta da <<da gruppi di potere contrapposti che hanno gli stessi interessi >> mi pare davvero assurdo. Chi in Israele poteva avere interesse alla morte di nove pacifisti (beh, con le notizie di poi…)? Se c’era chi aveva interesse a programmare un assalto in piena regola non avrebbe mandato soldatini di vent’anni (spacciati per teste di cuoio dai nostri media) a farsi sfasciare le membra e la faccia dai militanti turchi dell’IHH. Il professor Segre ha visionati i video diffusi in tutto il mondo in cui si vedono scendere i soldati dalle corde ed accolti a bastonate dai ‘pacifisti’, manco fossero le pentole appese all’albero della cuccagna? E le foto –molto tempo dopo!- dei soldati israeliani con la faccia e le membra sfasciate e sanguinanti, alcune ‘ritoccate’ dalla Reuters cancellando sangue e pugnali? Non è stato fatto un paragone rispetto lo stesso ‘’arrembaggio’’ all’ultima nave dove davvero i passeggeri se ne sono stati tranquilli in coperta e nulla è successo, così come doveva essere ed è stato sulle altre navi? E sì, concordo nel rimpiangere Sharon, come rimpiango anche una generazione di capi di stato che erano tutti passati attraverso il fuoco del nemico. Questi non sanno <<gestire un esercito>> perché altrimenti avrebbero esercitato il loro diritto –ripeto diritto- di fermare le navi in altre maniere, ancorché queste fossero state ripetutamente sollecitate a dirigersi al porto di Asdod (che non è un porto militare, andate almeno a vedervelo su google map). Il prof. Segre lo definisce <<un esercito enorme, sproporzionato rispetto alle dimensioni stesse di Israele>>: anche qui, vogliamo fare le debite proporzioni tra abitanti e territori israeliani e arabi? E magari riflettere se Israele –grande quanto la Provincia di Cuneo sommata a quelle di Torino e di Alessandria- proprio non ha bisogno della sproporzione per difendersi? Nessuno ha mai provato ad immaginare cosa vuol dire vivere in un paese largo quanto la distanza tra Torino a Bobbio Pellice e circondato da un’immensità ostile? E non abbiamo proprio niente da rimproverare ad Hamas? Niente da dire al padre di Gilad Shalit (sbeffeggiato atrocemente con un fumetto) che pietiva i ‘’pacifisti’’ affinché portassero una lettera e un cestino al figlio? E questi hanno rifiutato? Suvvia…. Mi interessa leggere le opinioni degli altri, ‘’ogni’’ opinione anche diversa dalla mia, ma continuare a definirci ‘’sinistraper israele’’ e continuare a bastonare l’oggetto delle nostre attenzioni, no! Meglio di me, parla Bernard-Henry Levy che almeno ha il coraggio di dire basta al massacro mediatico di questa nazione! Lo leggete qui sotto. tinafronte

CORRIERE della SERA 14/06/2010, Bernard-Henri Lévy:" Che pena, la mia azione umanitaria usurpata adesso dai barbari.
Evidentemente non ho cambiato posizione. Continuo a giudicare «stupido», come dissi il giorno stesso a Tel Aviv in un acceso dibattito con un ministro di Netanyahu, il modo in cui è stato condotto l'assalto, al largo di Gaza, contro la Mavi Marmara e la sua flottiglia. E se ancora avessi avuto un minimo dubbio, l'abbordaggio della settima nave, quel sabato mattina, senza alcuna violenza, avrebbe finito col convincermi che esistevano altri modi di operare per evitare che la trappola tattica e mediatica tesa a Israele dai provocatori di Free Gaza si richiudesse così, nel sangue. Detto e ridetto questo, nemmeno si può accettare l'ondata di ipocrisia, di malafede e, in ultimo, di disinformazione che sembrava aspettare solo un pretesto per dilagare nei mass media del mondo intero, come ogni volta che lo Stato ebraico commette un errore.
Disinformazione. La formula, ripetuta fino alla nausea, del blocco di Gaza imposto «da Israele», mentre la più elementare onestà vorrebbe già che si precisasse: da Israele e dall’Egitto; congiuntamente, dai due lati, dai due Paesi che distano in maniera identica dalle frontiere di Gaza; e questo con la benedizione, appena velata, di tutti i regimi arabi moderati, ben felici che altri arginino, per conto e con soddisfazione di tutti, l'influenza nella regione di un braccio armato, di una base avanzata, un giorno forse di una portaerei, dell' Iran.
Disinformazione. L'idea stessa di un blocco «totale e spietato» (Laurent Joffrin, editoriale del quotidiano francese Libération del 5 giugno) che prende «in ostaggio» (espressione dell'ex Primo ministro Dominique de Villepin, su Le Monde dello stesso giorno) «l'umanità in pericolo» di Gaza: il blocco — non dobbiamo stancarci di ricordarlo— riguarda soltanto armi e materiali per fabbricarne; non impedisce il passaggio, tutti i giorni, in provenienza da Israele, di 100, 120 camion carichi di viveri, medicinali, materiale umanitario di ogni genere; l'umanità non è «in pericolo» a Gaza; dire che «si muore di fame» nelle strade di Gaza-City significa mentire. Che il blocco militare sia o non sia la buona opzione per indebolire e un giorno abbattere il governo islamo-fascista di Ismaïl Haniyeh, se ne può discutere. Ma un fatto è indiscutibile: gli israeliani che operano, giorno e notte, ai posti di controllo fra i due territori sono i primi a fare l'elementare ma essenziale distinzione fra il regime (che occorre tentare di isolare) e la popolazione (che si guardano bene dal confondere con questo regime e, ancor meno, di penalizzare, poiché gli aiuti, ripeto, non hanno mai smesso di passare).
Disinformazione. Il silenzio, o quasi, nel mondo intero, sull’incredibile atteggiamento di Hamas: infatti, ora che il carico della flottiglia ha riempito la sua funzione simbolica, ora che quest'atteggiamento ha permesso di cogliere in fallo lo Stato ebraico e di rilanciare come mai prima d'ora il meccanismo della sua demonizzazione, ora che sono gli israeliani, fatta l'ispezione, a voler inoltrare gli aiuti verso i suoi presunti destinatari, Hamas blocca i suddetti aiuti al check point di Kerem Shalom e ve li lascia pian piano marcire. Al diavolo le merci passate fra le mani dei doganieri ebrei! Visto che i bambini di Gaza non sono mai stati altro, per la gang di integralisti islamici andati al potere tre anni fa con la forza, che scudi umani, carne da cannone o vignette mediatiche, i loro giocattoli o i loro desideri sono l'ultima cosa di cui laggiù ci si preoccupi. Ma chi osa dirlo? Chi si indigna per questo? Chi si da martiri» ( Guardian del 3 giugno, Al Aqsa del 30 maggio). Come ha potuto, uno scrittore della tempra dello svedese Henning Mankell lasciarsi ingannare così? Come può, quando ci dice di voler forse vietare la traduzione dei suoi libri in ebraico, dimenticare d'un tratto la sacrosanta distinzione fra un governo colpevole o stupido e la folla di coloro che non si riconoscono affatto in esso e che pure egli associa nello stesso progetto di boicottaggio insensato? Come può, la catena di sale cinematografiche «Utopia», in Francia, esattamente nello stesso modo, decidere di cancellare l'uscita di un film («A cinq heures de Paris») solo perché l'autore (Leonid Prudovsky) è cittadino israeliano?
Disinformatori, infine, i battaglioni di ipocriti dispiaciuti che Israele si sottragga alle esigenze di un'inchiesta internazionale quando la verità è, di nuovo, talmente più semplice e più logica: Israele rifiuta l'inchiesta sollecitata da un Consiglio dei diritti dell'uomo delle Nazioni Unite dove regnano grandi democratici come i cubani, i pachistani e gli iraniani.
Un'ultima parola. Per un uomo come me, per qualcuno che è orgoglioso di avere aiutato, con altri, a inventare il principio di questo tipo di azioni simboliche (boat-people per il Vietnam, marcia per la sopravvivenza in Cambogia nel 1979, vari e diversi boicottaggi antitotalitari; o ancora, più di recente, violazione deliberata della frontiera sudanese per spezzare il blocco al cui riparo si perpetravano i massacri di massa nel Darfur), per un militante, in altri termini, dell'ingerenza umanitaria e dello scalpore che l'accompagna, c'è in questa epopea miserabile una sorta di caricatura, o una lugubre smorfia, del destino. Ragione di più per non cedere. Ragione di più per resistere alla deviazione di senso che mette al servizio dei barbari lo spirito stesso di una politica che fu concepita per contrastarli. Miseria della dialettica antitotalitaria e dei suoi rovesciamenti mimetici. Confusione di un'epoca in cui si combattono le democrazie come se si trattasse di dittature o di Stati fascisti. In questo turbine di odio e di follia c'è Israele, ma in pericolo sono anche, stiamo attenti, alcune delle conquiste più preziose, per la sinistra in particolare, del movimento di idee da trent'anni a questa parte. A buon intenditor, poche parole. assume il rischio di spiegare che, se a Gaza c'è un sequestratore di ostaggi, un profittatore senza scrupoli e freddo davanti alla sofferenza della gente e, in particolare, dei bambini, questi non è Israele ma Hamas?
Ancora disinformazione, ridicola, ma, tenuto conto del contesto strategico, catastrofica: il discorso, a Konyan, nel centro della Turchia, di un Primo ministro che fa gettare in prigione chiunque osi evocare pubblicamente il genocidio degli armeni, ma che ha la faccia tosta, di fronte a migliaia di manifestanti eccitati e che gridano slogan antisemiti, di denunciare il «terrorismo di Stato» israeliano.
Disinformazione: il lamento degli utili idioti caduti, prima di Israele, nella trappola di quegli strani individui «umanitari» che sono, per esempio nella Ong turca Ihh, adepti della Jihad, fanatici dell'apocalisse anti-israeliana e anti-ebraica, alcuni dei quali, qualche giorno prima dell'assalto, dicevano di volere «morire da martiri» (Guardian del 3giugno, Al Aqsa deI 30maggio). Come ha potuto, uno scrittore della tempra delio svedese Henning Mankell lasciarsi ingànnare così? Come può , quando ci dice di voler forse vietare la traduzione dei suoi libri in ebraico, dimenticare d'un tratto la sacrosanta distinzione fra un governo colpevole o stupido e la folla di coloro che non si riconoscono affatto in esso e che pure egli associa nello stesso progetto di boicottaggio insensato? Come può , la catena di sale cinematografiche «Utopia», in Francia, esattamente nello stesso' modo, decidere di cancellare l'uscita di un film («A cinq heures, de Paris») solo perché l'autore (Leonid Prudovsky) è cittadino israeliano?,
Disinformatori, infine, i battaglioni di ipocriti dispiaciuti che Israele si sottragga alle esigenze di un'inchiesta internazionale quando la verità è, di nuovo, talmente più semplice e più logica: Israele rifiuta l'inchiesta soliecitata da un' Consiglio dei diritti dell'uomo delle Nazioni Unite dove regnano grandi democratici come i cubani, i pachistani e gli iraniani. Un'ultima parola. Per un uomo - come me, per qualcuno che è orgoglioso di avere aiutato, con altri, a inventare il principio di que sto tipo di azioni simboliche (boat-people per ll Vietnam, marcia per la sopravvivenza in Cambogia nel 1979, vari e diversi boicottaggi antitotalitari; o ancora, più di recente, violazione deliberata della frontiera sudanese per spezzare il blocco al cui riparo si perpettavano i massacri di massa nel Darfur), per un militante, in altri termini, dell'ingerenza umanitaria e dello scalpore che l'accompagna, c'è in questa epopea miserabile una sorta di caricatura, o una lugubre smorfia, del destino. Ragione di più per non cedere. Ragione di più per resistere alla deviazione di senso che mette al servizio dei barbari lo spirito stesso di una politica che fu concepita per contrastarll. Miseria della dialettica antitotalitaria e dei' suoi rovesciamenti mimetici. Confusione di un'epoca in cui si combattono le democrazie come se si trattasse di dittature o di Stati fascisti. In questo turbine di odio e di follia c'è Israele, ma in pericolo sono anche, stiamo attenti, alcune delle conquiste più preziose, per la sinistra in particolare, del movimento di idee da trent'anni a questa parte. A buon intenditor, poche parole.

Personalmente non condivido tutto dell'intervista dell'amico Bruno Segre. Diciamo che sono meno "catastrofista". Però mi pare errato insinuare, come fa Tina Fronte nel suo appassionato ed interessante intervento, che Bruno sostenga che il governo israeliano avesse interesse "alla morte di nove pacifisti".
La risposta di Bruno alla specifica domanda dell'intervistatore sulla casualità o non casualità dell'evento è la seguente: "Non sono complottista e credo inoltre che non sapremo mai la verità che si cela dietro quella strage. Ma questo non cambia le cose. Quella strage è un siluro contro la pace indipendentemente dal fatto che sia o meno casuale. Israele e Palestina sono governati da gruppi di potere contrapposti che hanno gli stessi interessi. Paradossalmente sono due destini intrecciati che si legittimano a vicenda grazie ad uno stato di tensione permanente." L'interesse attribuito al governo Netaniahu, come è evidente, non è sullo specifico episodio ma è di carattere generale: mantenere uno stato di tensione permanente per non far progredire il processo di pace. Ed è questo interesse che - se interpreto bene il pensiero di Bruno - ha indotto il governo a non andare tanto per il sottile, a non preoccuparsi troppo degli effetti collaterali. Dunque ad infilarsi dritto nella trappola, nel disastro umano e politico che sappiamo.
Trovo condivisibile la riflessione di Bernard-Henry Levy, che non mi pare per nulla incompatibile con una critica anche spietata all'immobilismo (interessato) ed all'insipenza politica dell'attuale governo di Gerusalemme. Del resto, Bernard-Henry Levy è tra i firmatari dell'appello di J-Call ...

Infine, permettetemi di fare una modesta proposta. Sempre più spesso capita che qualcuno, intervenendo in termini critici su altri contributi al dibattito comparsi in questo forum, se ne esca con espressioni del tipo di questa utilizzata da Tina Fronte: "continuare a definirci ''sinistraper israele'' e continuare a bastonare l'oggetto delle nostre attenzioni, no! ".
Esiste un organismo collettivo, che è l'associazione Sinistra per Israele, che va giudicato sulla base dei documenti che produce e delle iniziative che assume. I singoli, invece, intervengono tutti a titolo personale ed esprimono liberamente in questa sede (o nel caso di Bruno in un'intervista a un giornale) la propria opinione. La proposta è questa: mettiamo al bando la proprietà transitiva, consideriamo questa una "palestra" (moderata !) nella quale si confrontano opinioni diverse e non riversiamo su SpI l'eventuale disappunto che le posizioni di altri possono generare in noi.
Grazie.
Un cordiale Shalom.

Luciano Belli Paci